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  juventus2006 IL BLOG DI FRANCESCA MONTI
 
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24 aprile 2012

"Giochiamo Ancora", il nuovo libro di Alessandro Del Piero

 

E’ da oggi disponibile in tutte le librerie “Giochiamo ancora” (Mondadori, 2012), il nuovo libro di Alessandro Del Piero. Dopo la prima fatica letteraria, “10+” (Mondadori, 2007), il Capitano ha deciso di scrivere un’autobiografia per raccontare i suoi primi venti anni in bianconero, come si legge sul suo sito ufficiale (www.alessandrodelpiero.com): “A vent'anni dal debutto nel calcio professionistico, dopo avere vinto (e vissuto) tutto con la maglia della Juventus e della nazionale italiana, Alessandro Del Piero vive un momento di svolta della sua carriera. Ha ancora voglia di vivere alla grande gli ultimi anni da calciatore, ma anche l'esperienza per affidare un primo bilancio alle pagine di un libro fresco, agile e intenso. Così Del Piero ha deciso di condividere quello che ha imparato del gioco più bello del mondo, compreso ciò che lo ha guidato in tutti questi anni: i valori che intende trasmettere, magari a chi oggi sogna di vestire quella maglia numero dieci".
E chissà che non si possano aggiungere nuovi capitoli bianconeri a questo libro, anche se il rinnovo del contratto di Alex sembra sempre più lontano.




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7 aprile 2012

Intervista a Simona Atzori


In occasione della presentazione del libro “Cosa ti manca per essere felice?” (Mondadori, 2011), durante la serata organizzata dall’Associazione Helianto presso il Centro Civico di Rovello Porro, la grande danzatrice e pittrice Simona Atzori ci ha gentilmente concesso un’intervista, dalla quale traspare l’entusiasmo e la positività che la caratterizzano.

Come e quando è nata la tua passione per la danza e per la pittura?

“La passione per la danza e per la pittura è nata fin da bambina. Ho iniziato a dipingere all’età di quattro anni e a danzare a sei anni. Diciamo che forse non sono stata io a scegliere queste discipline, ma sono state loro a scegliere me”.

Tra tutti gli spettacoli cui hai preso parte qual è stata l’esibizione più emozionante?

“E’ difficile dire quale sia quella più emozionante, ogni esibizione mi ha regalato un’emozione diversa. Sicuramente partecipare alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Torino 2006, danzando in uno stadio bellissimo, davanti a tantissima gente, mi ha regalato sensazioni indescrivibili. E poi il Festival di Sanremo di quest’anno, un evento importantissimo, seguito da milioni di persone. Lì è stato tutto diverso, ho danzato in tanti teatri, ma l’Ariston è speciale. Quando sono entrata nel teatro devo ammettere che per la prima volta ho avuto paura, poi è andato tutto benissimo”.

Hai scritto il libro “Cosa ti manca per essere felice?”, qual è il messaggio che vorresti arrivasse ai lettori?

“Il messaggio che vorrei trasmettere è che spesso noi vediamo quello che non c’è, ma non ci accorgiamo di quello che c’è. Invece dobbiamo essere felici e apprezzare ciò che abbiamo. Sulla copertina del libro è riportata una frase di Candido Cannavò, mio grande amico, che con poche, intense parole, è riuscito a descrivermi al meglio: “le sue braccia sono rimaste in Cielo, ma nessuno ha fatto tragedie”.

Sei ambasciatrice della Fondazione Fontana Saint Martin, com’è nata questa collaborazione?

“E’ stato un incontro casuale, entrambi svolgiamo le nostre attività nello stesso modo, senza limiti. Mi hanno invitata in Kenya, qui sono entrata in contatto con i bambini orfani che vivono nelle case famiglia. La Fondazione Fontana si occupa di vari progetti, tra cui quello di reintegrare i bambini di strada e migliorare le condizioni di vita dei bimbi disabili. Sono tornata in Kenya il mese scorso e sicuramente ci tornerò nuovamente, perché per me questa comunità è diventata come una seconda famiglia”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Dopo la pubblicazione del libro, avevo un altro sogno, quello di trasformare “Cosa ti manca per essere felice?” in uno spettacolo teatrale. E anche questo desiderio si è trasformato in realtà. L’8 marzo, per la Festa della Donna, è andata in scena la prima dello spettacolo “Cosa ti manca per essere felice” al Teatro Cagnoni di Vigevano, che poi porterò in varie città italiane”.  
Francesca Monti  

Cosa ti manca per essere felice? di Simona Atzori (Ed. Mondadori, 2011)

    Sito ufficiale: www.simonarte.it

       




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29 maggio 2010

Heysel 29 Maggio 1985 -2010

Heysel 29 maggio 1985. Prove di memoria
Targia Emilio
2010, 208 p., brossura
Reality Book (collana Controluce)

Sono passati 25 anni dal 29 maggio 1985. 39 persone, per lo più tifosi bianconeri, persero la vita allo stadio Heysel di Bruxelles, dove si giocava la finale di Coppa dei Campioni Juve-Liverpool. Il giornalista Emilio Targia, sopravvissuto per caso a quella notte di follia, prova a mettere insieme appunti e ricordi. Di quel che accadde prima. E di quel che non accadde dopo. Una prova di memoria a più voci, con testimonianze di ex-giocatori, scrittori, politici, giornalisti, artisti, e col racconto inedito di alcuni sopravvissuti. Un lavoro dedicato a quelle 39 persone, morte per una partita di calcio: dimenticare sarebbe ucciderle una seconda volta. Prefazione di Walter Veltroni. Con un contributo di Sandro Veronesi.





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12 giugno 2007

Alex Del Piero, un vero numero 10

Il simbolo, la bandiera della Juventus da 14 anni è Alessandro Del Piero, il nostro capitano, un campione in campo ma anche un grande uomo fuori, un esempio di lealtà e correttezza, un leader nello spogliatoio, un modello per i giovani. Alex dopo aver vinto il Mondiale, dove è stato protagonista con il gol alla Germania e siglando uno dei rigori nella finale con la Francia, ha deciso di rimanere alla Juve anche in B, ha seguito la voce del cuore. Avrebbe potuto andare all’estero come hanno fatto altri suoi compagni, ma Alex è una persona speciale ed è stato il primo a decidere di restare per aiutare la Juve a tornare ai vertici.
Nel suo libro “10+ il mio mondo in un numero” Alex racconta come ha vissuto il periodo di Calciopoli, le sue sensazioni e svela alcuni retroscena.
“2006, l’anno del Mondiale vinto, ma anche l’anno in cui sono finito a giocare in serie B. Per un mese e mezzo, mentre mi preparavo per il Mondiale, sono stato travolto dalla tempesta scatenata da quello scandalo, come tutti, certo, ma forse un po’ di più, perché noi della Juventus eravamo nell’occhio del ciclone, con realtà abbastanza disarmanti che venivano fuori ogni giorno, e la richiesta costante di commentarle davanti ai microfoni. Del Mondiale non importava a nessuno, c’era un disinteresse veramente assurdo per quello che stavamo facendo, ci chiedevano di parlare solo dello scandalo. Abbiamo vissuto quei giorni di ritiro in totale assenza dello spirito mondiale, e alla fine forse è stato un bene, perché senz’altro ha alleggerito la pressione.
C’è stato un momento in cui sui giornali si leggeva che era in forse la permanenza di Lippi, che lo volevano mandare via, insieme a Cannavaro e Buffon. Si sentiva parlare di altri allenatori e noi non sapevamo cosa pensare. Si è creata una bolla che evidentemente ci ha protetto, trasportandoci fino al Mondiale con una pressione di tutt’altra natura, che però ci lasciava leggeri riguardo alle responsabilità del nostro impegno. Quasi per tutti era obbligatorio rimettersi in discussione, il che è molto raro, perché a certi livelli ognuno è portato a esaltarsi nelle proprie capacità, ad autocontemplarsi, anziché interrogarsi su se stesso. Ci siamo chiesti se meritavamo davvero di vestire la maglia della Nazionale e se i risultati del campo, che la giustizia stava cancellando, avessero un reale fondamento. Insomma, vivere così la preparazione di un Mondiale è stata un’esperienza irreale, ma alla fine credo che ci abbia fatto bene”.
Le parole di Alex confermano quanta poca attenzione ci fosse nei confronti dei ragazzi che dovevano affrontare un appuntamento così importante e quanto invece fosse più interessante gettare fango sulle squadre coinvolte, Juve in primis. Prima della vittoria iridata nessuno credeva nella Nazionale, che puntualmente è stata lasciata sola, poi dopo la conquista del Mondiale tutti i critici, gli scettici, tutti quelli che non avevano appoggiato gli azzurri sono saliti sul carro dei vincitori.
Alex riguardo allo scandalo Calciopoli ha espresso un concetto importante: “L’esito di questo Mondiale, secondo me, ha dimostrato che il calcio italiano, in fondo, è pulito, perché sono puliti i giocatori. Uno che sa di avere barato, di avere scommesso o fatto altre cose poco pulite, non riesce a godersi il destino favorevole come abbiamo saputo fare noi, perché si sente in colpa. Ma quando uno sa di non avere colpe, anche se gli si rovescia addosso il putiferio che si è rovesciato addosso a noi, riesce a stare tranquillo. L’enorme differenza tra il nulla che hai commesso e il tanto che ti piomba addosso può generare un’energia altrettanto enorme, con la quale riuscirai a cogliere ed utilizzare al meglio il favore degli dei. Per me il Mondiale vinto e lo scandalo che mi ha spedito a giocare in serie B sono legati indissolubilmente. Ci sono due aspetti fondamentali che in questo momento fanno di me un uomo sereno: uno è il Mondiale vinto, l’altro è la sicurezza di non aver meritato, io, con il mio comportamento, la punizione che mi è stata inflitta, altrimenti sarebbe dura, accettare un declassamento del genere. Per questo capisco i compagni che non l’hanno accettato. Uno vuole giocare il calcio al massimo, in una squadra che possa vincere la Champions. E invece gli tolgono due scudetti vinti, si ritrova in B a meno 17. E’ una questione di come meglio uno crede di poter utilizzare l’energia che gli arriva addosso, con l’ingiustizia che si trova a subire. Io ho deciso di rimanere alla Juve e di esprimere questa energia in serie B, ma i miei dubbi li ho avuti”.
C’è stato un periodo infatti in cui Del Piero, stanco delle continue ingiuste sostituzioni di Capello, ha pensato di andare via dalla Juve, ma è stato solo un attimo, poi la fuga dell’allenatore friulano verso Madrid e la situazione nella quale la società bianconera si è venuta a trovare, gli hanno fatto cambiare idea.
“C’è stato un momento in cui ero pronto, con le valigie in mano: se rimaneva Capello, io dovevo andare via, perché non esisteva tra me e lui un rapporto tale da motivarmi per un altro anno. Pensavo di andare all’estero, per rispetto di una idea di me stesso, non solo per rispetto verso i tifosi e la società, avrei cambiato campionato, per fare un’esperienza veramente nuova, cambiare lingua, costumi, usi, e vivere il calcio in maniera diversa. Pensavo all’Inghilterra o alla Spagna, i paesi che mi attirano di più, però non pensavo ad una grande squadra, ma ad una piccola, con delle ambizioni, in una bella città, con una bella tifoseria, un bello stadio. L’idea di contribuire alla realizzazione di un piccolo sogno collettivo era l’unica cosa che mi attraesse, nella prospettiva di lasciare la Juve e l’Italia. Era l’unica parziale consolazione che potevo concepire al mio “lutto”.
Stiamo parlando di 13 anni della mia vita, di momenti esaltanti ma anche di momenti brutti, ho sbagliato, sono caduto, ma ogni volta mi sono sempre rialzato, con quella maglia, sono sempre andato avanti, di fronte agli stessi tifosi. Alla fine, dopo 13 anni, sono rimasto l’unico che con la maglia della Juve abbia vinto tutto. Ho vinto tutto, ma solo con la Juve. Questo costituisce un valore aggiunto enorme alla mia carriera, perché va oltre il calcio ed entra nella sfera più profonda di un’esistenza, quella dell’identità personale, quella del destino. Il fatto che i tifosi mi abbiano preso come simbolo, e abbiano fatto di me una bandiera è inestimabile per me, per l’aiuto che mi dà a trovare l’equilibrio che esigo da me stesso in ogni situazione. Perché sapere di rappresentare così tante persone ti dà maggiore chiarezza di idee quando si tratta di decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato. Avrei perso tutto questo, nessuno si sarebbe più specchiato in me. Considerando poi che sono juventino da quando ero piccolo, si può capire quanto possa essere attaccato a questi colori”.
Per superare le difficoltà legate al dover stare in panchina, Alex ha preso come esempio un personaggio mitologico: Achille. “E’ stata una specie di fantasia, di autoispirazione, con la quale ho cercato di trasformare il mio stato d’animo, da negativo in positivo. Insomma, la metafora è chiara, la guerra, alla fine, gli Achei l’hanno vinta, e malgrado i contrasti con Agamennone, Achille è stato decisivo. Poiché io mi sento sotto molti aspetti, un solitario, come lo era Achille, ho costruito una fantasia che mi ha portato a proiettare su di lui il mio stato d’animo, a prenderlo come emblema. Agamennone-Capello che lottava per le proprie ambizioni e io-Achille, che combattevo accanto a lui con un traguardo comune. Alla fine Achille non ringrazia Agamennone. Quando mi ritrovavo a scaldare la panchina, la metafora di Achille mi dava modo di vivere il mio stato d’animo senza frustrazione, rispettando il principio di rimanere fedele alla causa sposata senza rinunciare al mio orgoglio e caricandolo di auspici positivi”.
Nel giro di poco tempo tutto è cambiato, così Alex ha capito che la scelta migliore, era quella di rimanere alla Juve.
“Ero pronto a cambiare squadra e invece si è ribaltato tutto: se n’è andato Capello, io ho vinto il Mondiale, e sono rimasto alla Juve, anche in B, anche con la penalizzazione pesante, e ora sono molto sereno. Sereno, ma senza smettere un solo istante di sentirmi addosso anche lo scudetto dell’anno scorso, che abbiamo vinto sul campo, nettamente, meritatamente e senza discussioni. Quando a Bari abbiamo alzato la Coppa del campionato, eravamo tutti un po’ storditi, perché lo scandalo era già scoppiato e si era già intuito che era una cosa grossa, ma chi ci ha criticato non riesce a capire che quella coppa noi sapevamo di averla meritata, indipendentemente da ciò che stava venendo fuori dalle intercettazioni, che oltre tutto riguardava la stagione precedente. Dopodiché sono state prese delle decisioni e lo scudetto è stato cucito su un’altra maglia, ma io non ho mai smesso di sentirlo mio, e ora che la Juve gioca in B lo sento ancora più mio, perché la retrocessione ha spazzato via da noi ogni ambiguità.
Per me ora è tutto nuovo, allenatore, staff tecnico, amministratore delegato e direttore sportivo, presidente, uno stadio nuovo quando gioco in casa e tanti stadi nuovi quando gioco in trasferta, nuove città, nuovi obiettivi. Per me alla fine è davvero come essere andato all’estero, anzi è come aver cambiato pianeta, come giocare su Marte. Sulla Terra, dov’ero fino all’anno scorso, la vittoria era l’unico scopo per cui si giocava, dove sono adesso la vittoria rimane importante, ma non è l’unico scopo. Ora è anche una rinascita, un recupero di valori, e tutto questo con il vantaggio di non essermi dovuto muovere di un metro, di conoscere l’ambiente, i tifosi. Devo dire che questo campionato di serie B è un po’ la situazione perfetta, un ritorno al calcio delle origini per me, allenamenti con continuità senza trasferte infrasettimanali, possibilità di preparare ogni gara con grande cura, domenica libera…Questi sono gli aspetti positivi e io mi concentro su di essi, in una situazione che richiede comunque uno sforzo. Perché poi rimane vero che un calciatore desidererebbe sempre giocare ai massimi livelli e quei livelli io ho scelto di abbandonarli.
Fin da agosto ho capito che avevo fatto la scelta giusta. Sono stato subito bene, e non può essere un caso: con poco allenamento mi sentivo già fluido, lucido, mi sentivo “dentro”. Come quando sei trasportato da una corrente marina: sei dentro, e io fin dall’inizio di questa stagione mi sono sentito così. Non era mai capitato a nessuno al culmine della carriera, con la coppa del Mondo in mano, presentarsi a Rimini, con tutto il rispetto per la squadra e la città, per cominciare il campionato di serie B. E’ fantastico, a suo modo, ed è successo a me. Ma soprattutto è fantastico sapere che non mi sveglierò mai da questo sogno, perché è vero, è tutto vero: sono campione del mondo, gioco in B con la mia squadra, col mio 10 sulla schiena e sono dentro”.
Da queste parole traspare la grandezza, l’unicità di un grande campione, di un immenso capitano, del nostro mitico Alex, pronto a tornare in A e a tornare a vincere tutto, sempre e solo con una maglia, quella bianconera.
Francesca Monti

Titolo: Dieci +. Il mio mondo in un numero
Prezzo: € 14,00
Dati: 2007, 164 p., ill., brossura
Editore: Mondadori (collana Ingrandimenti)




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8 maggio 2007

Un libro di poesie per Alex Del Piero

San Mauro Pascoli - Gino Stacchini, terribile ala sinistra della Juventus per dodici stagioni (dal 1954 al 1967) e della nazionale, ha donato ad Alessandro del Piero il suo libro di poesie fresco di stampa, “Lo scatto dell’ala” (Edizioni Damiano). La consegna è avvenuta domenica scorsa presso l’Hotel Casali di Cesena, sede del ritiro della Juventus. Presente anche il sindaco di San Mauro, Gianfranco Miro Gori che ha scritto la prefazione del libro.
Si è trattato di un incontro tra due campioni che hanno scritto la storia del calcio – sommando i loro trofei hanno vinto ben 9 scudetti - le cui vite si sono incrociate a Padova quando Stacchini, insieme a Sandreani, ha allenato il giovanissimo Del Piero. Legame che tra i due non si è mai spezzato e nei giorni scorsi a Cesena si è nuovamente incrociato. Motivo: il libro di poesie Stacchini, da tempo dedito ai versi dialettali, parole che ha deciso di raccogliere nel volume “Lo scatto dell’ala”.
Accompagnato da una serie di foto, il libro mette in versi giocatori juventini che hanno accompagnato la carriera calcistica di Stacchini: Omar Sivori, John Charles, Giampiero Boniperti, Bruno Mora, Luis Del Sol e tanti altri. A tutti loro è dedicata una poesia, rigorosamente in dialetto romagnolo. In occasione della consegna di domenica scorsa Stacchini ha anche realizzato una poesia dialettale in rigorosa rima dedicata proprio a Del Piero.
fonte: www.romagnaoggi.it




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4 maggio 2007

Presentazione “2006 Emozioni Azzurre”

Ho deciso di scrivere questo libro per celebrare un anno indimenticabile per l’Italia dello sport, infatti nel 2006 vittorie ed emozioni sono arrivate da molte discipline.
E’ stato l’anno delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi di Torino, con la fiamma sacra di nuovo a riscaldare il nostro Paese dopo 46 anni, del quarto Mondiale vinto dalla Nazionale di Lippi, dei titoli iridati nel ciclismo con Bettini e Vera Carrara, dei successi nella vela, nella canoa, nel canottaggio, nella scherma e nella boxe, nel nuoto, nella ginnastica con la nuova stella italiana Vanessa Ferrari, solo per citarne alcuni. E’ stato anche l’anno dell’addio alle corse del grande Michael Schumacher, dello sfortunato finale di stagione di Valentino Rossi, dei 200 gol in maglia bianconera di Alex Del Piero, della storica vittoria delle ragazze del tennis, dei Mondiali di pallavolo e di basket, chiusi purtroppo senza medaglie.
“2006 Emozioni Azzurre” racconta i principali trionfi ottenuti da grandi campioni che hanno compiuto imprese straordinarie, in gruppo o singolarmente, mostrando al mondo i veri valori che dovrebbero contraddistinguere sempre lo sport, come la lealtà, l’impegno, la forza di volontà, la capacità di non mollare mai, l’unione, l’amicizia e la solidarietà. Valori fondamentali anche nella vita di tutti i giorni.
Un viaggio lungo dodici mesi per rivivere le emozioni regalate dai nostri ragazzi a tutti quelli che, come me, amano lo sport, momenti incancellabili che hanno fatto avvicinare tante persone a questo fantastico mondo.

Francesca Monti




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23 aprile 2007

L'Hellas Verona in libreria

Parks Tim - Questa pazza fede. L'Italia raccontata attraverso il calcio, Einaudi Editore, 2002
In sintesi: Da Udine a Reggio Calabria, da San Siro all'Olimpico, in viaggio con gli ultras e i giocatori, il racconto avvincente di una stagione calcistica che si trascina fino ai play-off, ma anche uno sguardo completamente nuovo sull'eterno enigma del carattere italiano. Il club, come sempre, lotta per evitare la retrocessione. Fino all'ultimo, quando a un certo punto sembra perfino che nel 2001, in serie A, ci sarà solo l'odiato Chievo... I tifosi sono accusati di volgarità, razzismo e violenza. Le elezioni sono imminenti e la politica è dappertutto. La polizia è ambigua, i viaggi estenuanti, gli arbitri imperdonabili, gli aneddoti spassosi.
Descrizione: L’Italia del calcio e dei suoi incontenibili tifosi; gli stadi straripanti; le trasferte lungo lo stivale al seguito della squadra del cuore; l’entusiasmo per il goal; l’amarezza della sconfitta: sono questi i protagonisti dell’ultimo romanzo di Tim Parks. Trasferitosi da più di vent’anni a Verona, lo scrittore inglese condivide con i suoi concittadini una grande passione da vero italiano: il tifo sfegatato per la formazione calcistica locale, l’Hellas Verona.
Dal Nord al Sud della penisola, Parks segue per un anno le brigate gialloblù in un viaggio alla scoperta di un’Italia un po’ folle e spesso animata da un’irresistibile comicità. Da vero tifoso assapora tutte le gioie e le angosce della lunghissima stagione 2001, i timori per la retrocessione, le accuse di razzismo nei confronti della tifoseria veronese, la profonda antipatia per i “cugini” del Chievo. E nel frattempo butta un occhio anche al di là del campo verde e, al di fuori degli spalti, fa conoscenza con l’Italia della piccola provincia e delle grandi città, con il Paese dalle mille contraddizioni, animato da antiche ostilità campanilistiche e da una profonda incomprensione tra Settentrione e Meridione. Sullo sfondo di una narrazione piena di ironia, si sussegue una sfilata di situazioni e personaggi indimenticabili. Ecco allora i tifosi impegnati in una battaglia di cori e “sfottò”, il fobico che non manca mai nemmeno nelle trasferte più estenuanti, il marito che dimentica di tradire la moglie grazie a un arbitraggio scandaloso, le ragazze che non riescono a sottrarsi a questo mondo così esclusivamente maschile, i giocatori tesi e concentrati, la dirigenza, i fuoriclasse internazionali. E ancora, la scaramanzia, le proteste, la cieca fede nei propri beniamini, la costanza nella buona e nella cattiva sorte: insomma tutti i vizi e le virtù di un popolo. (
Fonte: www.ibs.it)
Tim Parks
Tim Parks è nato a Manchester nel 1954, è cresciuto a Londra ed ha studiato a Cambridge ed Harvard. Nel 1981 si è trasferito in Italia e abita tuttora nei pressi di Verona. Ha scritto dieci romanzi, tra cui Lingue di fuoco, Cara Massimina e Fuga nella luce, tre libri di non fiction, in cui descrive la vita nell’Italia del nord e una raccolta di saggi intitolata Adulterio e altri diversivi. Ha tradotto in inglese vari autori italiani, tra cui Moravia, Tabucchi, Calvino e Calasso. Insegna traduzione letteraria presso la Facoltà di Lingue dello IULM di Milano e ha pubblicato un libro, Tradurre l’inglese, in cui analizza la traduzione italiana dei modernisti inglesi.
Bibliografia sintetica
Lingue di fuoco, Adelphi, 1995
Italiani, Bompiani, 1997
Un’educazione italiana, Bompiani, 1998
Tradurre l’inglese, Bompiani, 1998
Fuga nella luce, Adelphi, 1998
Cara Massimina, Bompiani, 1999
Adulterio e altri diversivi, Adelphi, 2000
Destino, Adelphi, 2001
Questa pazza fede. L’Italia raccontata attraverso il calcio, Einaudi, 2002
La doppia vita del giudice Savage, Adelphi, 2005
Il silenzio di Cleaver, il Saggiatore, 2006
Sito
www.timparks.com

LA LEGGENDA DI PREBEN IL GUERRIERO VICHINGO
Il testo è tratto dal libro : «La leggenda di Preben il guerriero vichingo» di Giovanni Gambini
… “Si diffuse la voce, dopo quella gara, che il terzino dell’Ascoli incaricato di marcare il nostro campione, fosse rimasto tutto il pomeriggio e tutta la notte allo stadio a cercare Elkjaer perché non si era accorto che il danese aveva segnato impegnato com’era a girare su se stesso tentando di capirci qualcosa. Dovette intervenire lo stesso numero 11 gialloblù per farlo tornare in se: tornò ad Ascoli il giorno dopo, fece finta di farsi scartare e il difensore bianconero improvvisamente tornò in se  con un sorriso come a dire: “Hei, ho fermato Elkjaer!”
... “Guardare Preben giocare era felicità, orgoglio, sangue nelle vene e ghiaccio nel cuore,  Copenaghen e Verona, Italia e Danimarca, lago e mare, Sirenetta e Giulietta, undici settembre e cinque maggio: Preben era un gioco di prestigio, il tocco magico e il movimento maldestro, la strada di casa dopo lo spettacolo, gioia e dolore, il rifiuto della sconfitta, nubi cariche di pioggia e sole tra le nuvole, Coca Cola e vino, il numero dieci e  undici sulla schiena, libertà, vita, melodia e il fragore di un tuono, una galoppata in riva al mare”.
LA RECENSIONE di Andrea Parodi (www.lastampa.it)
L’urgenza della memoria. E’ una costante nella letteratura sportiva di oggi. Diventa categorica quando il narrante àncora su di essa motivazioni esistenziali di spessore. E’ il caso di Giovanni Gambini, sfegatato tifoso veronese, in relazione con il suo vissuto degli albori della gioventù. Si è riconosciuto nel calcio e, referenzialmente nel mondo, in un periodo magico per la sua città. Gambini aveva tredici anni, l’età delle dilatazioni massime del gioco e del sogno, quando i gialloblù scaligeri vinsero con il loro primo e unico scudetto. E scelse subito un campione per immedesimarsi nell’ agone calcistico, Elkjaer.
Lo ha subito amato, fin dalle partite dell’Europeo 1984, quando il poderoso Preben guidava con la sua irruenza la Danimarca in incontri esteticamente ed emotivamente accattivanti. Assumeva il suo nome e si nutriva della sua personalità psicologica e calcistica durante le infinite partite con gli amici sulle spiagge dell’Adriatico nei primi giorni delle incantate vacanze estive.
Fortunatamente per l’autore, non si assuefò al fumo (tre pacchetti di sigarette al giorno), all’alcool (Whisky e Vodka usati anche per i gargarismi), in parte invece ad una sana follia. Il cuore del giovanissimo Giovanni pulsò a mille quando, il 20 giugno, si diffuse la voce che per rafforzare una compagine già abbastanza competitiva, il presidente Chiampan annunciò l’acquisto proprio del danese Elkjaer per dare più prestanza fisica all’attacco del Verona. Per rendere di acciaio anche la difesa venne acquistato il terzino Briegel, indomito stantuffo di fascia tedesco. Si prospettava, quindi, un campionato coi fiocchi.
E lo fu. Da urlo. Da scudetto tricolore. E’ la memoria appassionata e appassionante della «Leggenda di Preben – Il guerriero vichingo». Nel libro di Gambini si trova non il percorso completo, giornata per giornata, del Campionato 1984/85, ma vengono evidenziate, rese mito e quindi rasentanti l’infinito, le imprese dell’immenso beniamino dell’autore.
Poche reti – ne segnò 9 – ma tutte bellissime, dovute alle sue improvvise accelerazioni, ai repentini cambiamenti di direzione con la palla incollata al piede, al coraggio da vendere, all’insaziabile fame di vittoria. Si comincia dalla prima rete segnata in campionato in occasione della trasferta di Ascoli, una fuga irresistibile sull’out sinistro su passaggio di Briegel conclusasi con un tiro secco a pelo d’erba fra il palo e il portiere. Il secondo gol contro i Campioni d’Italia uscenti, la Juventus, in un Bentegodi stracolmo di colori e di gioia palpitante. La rete, titanica, segnata senza una scarpa, volata durante lo scontro con Pioli, lo scatto bruciante degno di un Carl Lewis: un’invenzione straordinaria per battere Tacconi e porre così il mattone fondamentale dell’edificio scudetto.
Delira per radio la voce tifosissima di Roberto Puliero, tutta la città viene galvanizzata e non aspetta che la domenica, con lo stadio fasciato di gialloblù o le passeggiate in centro con i transistor incollati all’orecchio. Il nostro – o meglio, il suo, di Gambini – per una fastidiosa infiammazione al muscolo tibiale fu costretto a saltare due mesi nel cuore dell’inverno.
Arrivò la sconfitta di Avellino, alcuni 0 a 0 e vittorie col minimo scarto. La squadra rimase sempre in testa alla classifica, davanti al Napoli di Maradona, alla Juventus di Platini e Boniek, all’Inter di Altobelli e Rumenigge, alla Roma di Pruzzo e Falcao, alla Fiorentina di Socrates e Passerella, alla Sampdoria di Vialli e Francis, al Torino di Serena e Leo Junior, al Milan di Virdis, all’Udinese di Zico. Insomma, la crema del calcio giocava in Italia, e il Verona, pur senza il suo indomito danese, ma grazie ad una solida quadratura di squadra e ottime geometrie rimaneva sul gradino più alto.
Lo spettacolo ritornò con il ritorno del vichingo. E fu una grandinata di gol in quel di Udine, 5 a 3 con doppiette di Briegel e Elkjaer, forza e imprevedibilità. Splendidamente allenato e disposto in campo dal mite Bagnoli, il Verona strappò un pareggio di fondamentale importanza in casa della Juventus grazie ad una rete dalla lunga distanza di Di Gennaro. Ci fu la trasferta ricolma di gioia e di calcio d’intenditori a Firenze.
3 a 1, passaporto per il Paradiso. Elkjaer, gran guastatore d’area, non a caso soprannominato «Cavallo pazzo» e Nanu Galderisi, pronto all’appuntamento col gol. Venne anche l’occasione per porre sull’altare della gloria Garella.
Fu a San Siro, contro il Milan. 0 a 0, il portierone gialloblù, di matto da par suo, rese vano con classe, con furbizia, anche con fortuna, ogni attacco rossonero.
Penultima giornata a Bergamo. Era sufficiente un pareggio per vincere matematicamente lo scudetto. Segnò per prima l’Atalanta con Perico, pareggio iper-vittoria di Elkjaer con un gran tiro dal limite a risolvere una concitata mischia di area orobica.
Il libro di Gambini ha venduto quasi 3.000 copie nella sola Verona, un risultato di vendite di una certa consistenza, se si considera che il libro è autoprodotto da un’esordiente e che la media della vendita dei libri di sport è (purtroppo, ahimè) sicuramente inferiore. Un segno importante, che premia il lavoro del giovane autore.
Vi è un capitolo - capolavoro del libro: «Guardare Preben giocare». Raramente si legge un’ode così ben articolata, così amorosamente scoppiettante su di un calciatore (si può citare, ultimamente, l’importante opera di Andrea Scanzi nel suo libro su Van Basten). Scrive Gambini: «Preben era dinamite, tritolo e nitroglicerina, uragano, tempesta e tromba d’aria, cavallo pazzo, bufalo e bisonte, fiume in piena, tormenta di neve e pioggia di fuoco (…)».
La cavalcata vincente di Preben sui rettangoli smeraldi di gioco poteva essere paragonata a quella dei tempi, cantata da Johannes Jensen, massimo poeta danese contemporaneo, Premio Nobel della letteratura del 1944, «(…) [la cavalcata dei tempi] nitriti e un rullare eccitante, un galoppo, tamburi sciamanici, il sibilo delle frecce».
Il libro lo puoi trovare in edicola, presso l'Emporio Hellas (Corte Pancaldo - Verona) e da Gambini Sport (Zai - Verona).
www.prebenelkjaer.com

Il miracolo di Bagnoli. Hellas Verona 1984-85, l'ultima provinciale.
Un evento straordinario raccontato attraverso la polifonia di voci dei protagonisti di allora. Il leggendario scudetto dell'ultima vera provinciale del calcio italiano, l'Hellas Verona, formazione in gran parte formata con gli "scarti" dei grossi club, capace di vincere il titolo nella stagione 1984/85 dopo aver praticato un football piacevole e frizzante. Principale artefice di quell'indimenticabile trionfo, uno degli allenatori più schivi della storia del calcio: Osvaldo Bagnoli. Uno che sapeva scansare i microfoni e le telecamere.

"Le parole sono, s'intende, la più potente droga usata dal genere umano."  Rudyard Kipling,
Discorso, 14 Febbraio 1923

Autori : Giovanni Lai - Mario Poli
Editore: Libri di Sport edizioni
Gli autori:
Giovanni Lai: Giornalista pubblicista dal 1990, ha collaborato con le principali testate ed emittenti veronesi (Il nuovo veronese, Telenuovo, Radio Adige, Radio Montebaldo, La cronaca, Verona fedele, Calcio Verona, Verona Sette, Rsb) e negli Anni 90 ha curato rubriche sportive per vari mass-media. Appassionato di calcio d'epoca e in particolare di quello degli Anni 70, ha sottoscritto il suo primo abbonamento all'Hellas Verona a 12 anni. Nel 1985 ha seguito in autobus (25 ore all'andata, 24 al ritorno) la prima e per ora unica trasferta vittoriosa in Coppa dei Campioni dell'Hellas Verona, a Salonicco.
Mario Poli: Giornalista professionista, redattore a Telenuovo, è uno dei volti più noti del giornalismo sportivo veronese.




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17 gennaio 2007

Cultura e miti dello sport cattolico

Nel clima d’inizio ottocento e nei modi in cui il movimento cattolico strutturava gradualmente la propria presenza nella nascente società industriale, lo sport diveniva uno dei principali mezzi di aggregazione per le masse, popolari, in particolare per quelle giovanili.

La pedagogia cattolica ha avuto autorevoli sostenitori dello sport, nella schiera dei cosiddetti santi educatori, tra tutti vale la pena citare don Bosco che aveva visto nella ginnastica un mezzo efficace “per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e santità”.

Dunque, era alla pedagogia donboschiana che si riallacciavano le prime sezioni ginnastiche che, nella seconda metà dell’Ottocento, sorgevano negli oratori salesiani e, più tardi anche nei circoli giovanili promossi dall’Opera dei Congressi.

Tuttavia solo agli inizi del nuovo secolo si può far risalire l’organizzazione su vasta scala dello “sport cattolico”. Fu infatti nel 1906 che, sotto gli auspici delle gerarchie ecclesiastiche, venne fondata la Federazione delle associazioni sportive cattoliche italiane (FASCI) con lo scopo di far “alitare un soffio di spiritualismo cristiano anche nelle manifestazioni della forza fisica”.

Ben diverso e alieno da intenzioni confessionalistiche fu il significato del movimento sportivo che, a partire dalla fine del secolo, si diffuse nelle file della prima Democrazia Cristiana ed ebbe uno sviluppo del tutto autonomo. Nei giovani murrini, è sempre presente la concezione dell’attività sportiva come sussidio alla formazione religiosa e come mezzo di confronto con la società civile. Improntata a laicità, la novità dell’ideologia murrina è riscontrabile anche nell’assunzione dei nomi delle società sportive che vengono via via fondate: Robur, Fortior, Fortitudo, Juventus, Audax Vigor, Vis Nova, inaugurando così uno stile onomastico nuovo rispetto a quello clericale che si richiamava ai santi o ai beati.

Tipica è inoltre, sempre sotto questo aspetto, la denominazione di club, inglesismo mutuato dalla tradizione sportiva anglosassone, invece di quella più usuale di circolo o associazione.

Lo sport, inoltre, come manifestazione di vitalismo, permetteva ai giovani “cattolici d’azione” di riscattare l’immagine del cattolico “fiacco e debole” teorizzata da Nietzsche ne “L’anticristo” e ampiamente diffusa nell’iconografia e nella mentalità anticlericale del tempo.

Non è un caso che lo sport dei democratici cristiani si presentasse con connotati più marcatamente agonistici proprio in quelle zone tradizionalmente anticlericali, come la Romagna, laddove, in occasione di gare fra associazioni laiche e cattoliche, il tifo per una squadra o per l’altra “si colorava immancabilmente di faziosità politica” e la vittoria serviva ad affermare “un prestigio per l’idea a cui si richiamava”.

L’unione dei club cattolici nella FASCI, presieduta dal conte Mario di Carpegna era in opposizione alla Federazione giovanile italiana FGI di orientamento laico massonico.

I socialisti, invece, consideravano lo sport uno strumento “nelle mani della borghesia per incanalare le energie rivoluzionarie giovanili in una passione alienante” (A. Balabanoff, “Lo sport, i giovani e la coscienza rivoluzionaria”, in “Avanti!”, 11 Ottobre 1910).

Il regime fascista nel 1927 impose lo scioglimento degli scout e della Federazione sportiva, tuttavia la pratica dello sport, pur relegata negli oratori, continuò ed anzi incrementò.

Nel secondo dopoguerra l’Azione Cattolica e le Acli si impegnarono a far rinascere l’associazionismo sportivo cattolico. Nasceva anche, primo esempio di associazione sportiva diretta emanazione di un partito politico, il Centro sportivo Libertas, voluto dalla Democrazia Cristiana.

E come si fa a non ricordare il toscanaccio Bartali dal naso triste come una salita e dagli occhi allegri da italiano in gita, definito il “perfetto atleta cristiano”.
Un campione sia sulle due ruote che fuori dagli stradoni impolverati, un uomo che rischiò la vita per salvare diverse famiglie ebree dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti. Un ragazzo estroverso scontroso ruvido ma buono la cui figura è indissolubilmente legata a quella di un avversario, un altro campione, per molti il campionissimo, il timido Fausto Coppi. E a noi piace ricordarli sempre così, insieme, immagine di un' Italia contadina e solidale,  tenaci avversari ma uniti da uno scambio di borraccia che resterà immortale nell’immaginario  degli sportivi di tutti i tempi.

 

Emanuele

 

Stefano Pivato, “Sia lodato Bartali, ideologia, cultura e miti dello sport cattolico (1936-1948)”, Edizioni Lavoro, Roma 1996, Euro 13,43
Contenuto:
Il libro, una nuova edizione completamente aggiornata, analizza i risvolti della vittoria di Gino Bartali al Tour de France del 24 luglio 1948. Un'impresa che aveva contribuito ad allentare la tensione venutasi a creare nel paese in seguito all'attentato a Palmiro Togliatti. Bartali interpretò non solo i fasti dello sport cattolico, ma il senso di un primato che il mondo cattolico intendeva affermare nella vita politica e sociale.




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3 gennaio 2007

Passione Roma

Con la presentazione del libro dell’amico Walter Degli Effetti inauguriamo una nuova rubrica dedicata ai giovani scrittori che pubblicano libri dedicati al mondo dello sport. Aspettiamo vostre segnalazioni.

Juventus2006

 

PASSIONE ROMA
“Passione Roma” è l’opera prima di Walter Degli Effetti, blogger e scrittore romano, che narra la stagione calcistica 2003/2004 vista con gli occhi di un tifoso innamorato dei colori giallorossi. Passione e piglio giornalistico si fondono tra le cronache delle gare e degli umori che palpitano in curva. Per rivivere un anno d’argento della squadra capitolina. Il libro costa solo 6 euro e si può acquistare nelle migliori librerie della Capitale o in internet ai seguenti siti:
www.oppurelibri.it o www.ibs.it


Pensieri e parole di Walter Degli Effetti:
Per gli amici e per gli avversari
Vorrei avere la possibilità di trasmettere agli altri le mie impressioni, gli stati d’animo che, immagino, possano far emozionare chi legge il testo, anche esprimendo dei pareri o delle opinioni contrarie alle mie. Ecco, tutto questo mi ha dato la spinta necessaria a intraprendere la bella strada che ho percorso fino al sospirato traguardo di “Passione Roma”. 

Il calcio e il giornalismo sportivo

Naturalmente sono stato ispirato dal calcio, nel senso puro, fisiologico e semplice della parola. Mi ha sempre regalato delle sensazioni uniche. Uno sport che ha l’enorme pregio di unire, sotto una stessa bandiera, migliaia di persone diverse per carattere, cultura, stili di vita. In secondo luogo, sono stato influenzato dal il giornalismo sportivo: poter scrivere un libro sulla squadra per cui faccio un tifo appassionato, commentare una partita stilando un resoconto personale sulle indimenticabili fasi di gioco è sempre stato il mio sogno nel cassetto; essere riuscito a soddisfare questo desiderio mi rende orgoglioso, soddisfatto, fiero di me stesso.
Un positivo cambiamento personale

Indipendentemente dal successo o meno dell’iniziativa, il mio obiettivo principale è quello di conoscere gente nuova, confrontarmi con gli altri. Ho sempre avuto un carattere introverso. La pubblicazione di quest’opera mi sta scuotendo dal torpore che ha accompagnato, finora, le mie giornate. La vita è un bene prezioso e, nonostante le difficoltà che dobbiamo affrontare  giorno per giorno, deve essere vissuta fino in fondo pensando positivo!




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